Una rivolta possibile: l’antifamiglia di Simone Giorgi

Qualche volta mi càpita ancora di chiedermi quando la famiglia finirà d’essere oggetto di ammirazione e quasi di culto, per entrare a fare parte del patrimonio protetto dall’Unesco, o se sia qualcosa da salvaguardare prima della catastrofe.

Unknown-2L’occasione migliore, devo confessarlo, mi è stata offerta dopo la lettura del credibile affresco, che Simone Giorgi offre dell’Ultima famiglia felice (Einaudi 2016), e della rivolta generazionale che in essa si consuma, «impossibile, insensata» ma di «dilagante leggerezza». A tale destinazione sono con ogni evidenza vincolati Matteo, Anna, Stefano ed Eleonora dei quali Giorgi ricostruisce una giornata particolare. Essi si inscrivono con ogni dettaglio nella vasta e precisa, ma non per questo ghettizzante, categoria di famiglia in cui Edipo è terribilmente moderno: non passa per una stretta via alla volta di Tebe ma abita in città, nascondendosi a Roma nel quartiere di Monteverde Vecchio, senza inquietare nessuno almeno fino al 12 dicembre 2003, per fare poi capolino in questa «famiglia progressista benestante». Ma allora che facciamo? Niente. «Anche quello di Edipo fu un errore», commenta Matteo, padre tuttofare, che «riesce a controllarsi persino quando dorme» per non importunare con il russare le otto ore di sonno necessarie ad Anna, pubblicitaria creativa in carriera, che considera, chissà perché, fatalmente un «minore» se non, il più delle volte, arriva a ignorare del tutto. Quasi irritante la distanza con cui ella esprime la rassegnazione che la distanzia dal marito, quando ricade tra le braccia di Eugenio, collega complice amante, e allo stesso tempo si rattrista dell’importanza di restare uniti e che, in fin dei conti, «la sicurezza le piaceva, e le piaceva che Matteo la rappresentasse, anche se nell’ultimo anno era stata una sicurezza più che traballante».

Il loro ménage fornisce la dimostrazione di quanta e quanto incolmabile sia, adesso come sempre, la distanza fra le loro sicurezze di intellettuali chic, che non riescono a fare fronte ai non-senso della vita, incapaci, fin quasi all’ultimo, a trasformare i loro insuccessi in un silenzioso motorino di avviamento, di ripresa, come quello da cui cade la figlia, l’incensurabile Eleonora. Anna, invece, in quelle ballerine sfigate, che preferisce a un tacco dodici audacemente femminile, non riesce liberarsi (e liberarci) dai programmi di quella manifestazione del 1980 in cui aveva conosciuto Matteo, e dal senso di inadeguatezza di fronte all’aggressività di due adolescenti che, in diverso modo, sgomitano e urlano per farsi un posto nella vita. E non è finita qui perché, se è vero come afferma Matteo che «ognuno è il nodo di una rete che imbriglia», si aggiunge nei suoi confronti l’altrettanto basilare sospetto di essere lui l’anello che non tiene, non riuscendo a garantire più «un posto in cui essere felici».

UnknownMa nell’Ultima famiglia felice qualcosa si muove, un oggetto-sogno infranto fa la sua comparsa: e questo qualcosa è un sottile vetro, adulta malinconia dell’immagine di sé, specchio fragile di riconoscimento e ferita di una notte d’inverno, che Stefano fa cadere in frantumi sulla pur forzatamente gioiosa vitalità della sua famiglia. E questa irruzione struggente è, lo si capisce fin dalle prime pagine, per sempre; il paradiso è a questo punto perduto, definitivamente perduto, nonostante le macchinazioni proverbiali di Matteo, trasmesse come un mantra alla famiglia, per cui «sempre è quasi sempre un quasi sempre».

No. Comincia, invece, per il padre un lungo viaggio nella mestizia, nell’incapacità di fare fronte a un punto e virgola lasciato in un programma informatico che non riesce a concludere, come quella «pallina da tennis contro il vetro» della finestra lanciata da Stefano. Ti odia, tuo figlio ti odia.

«Mite Matteo Stella, ma che pensieri sono questi?». Vuoi essere «semplice, ragionevole, affettuoso». Non sai che questa metamorfosi della genitorialità è avvenuta con tale compiutezza che non resta più traccia, si direbbe, né dello stato precedente, in cui per dare uno schiaffo a tuo figlio abbiamo dovuto attendere quasi la fine del romanzo, né del processo che l’ha dissolta. La perfetta, enigmatica leggerezza e sfericità dei tuoi aforismi (mai metafore), la gabbia eterea e invalicabile di tuo figlio Stefano, nella cui stanza stellata non puoi entrare, forma come un bozzolo in cui i tuoi errori si trasformeranno, lasciando le tue spoglie di padre e di tutte le angosce precedenti. Sì, perché per te, nonostante la puntigliosa imitazione sillabica da parte di tuo figlio, che fornisce una dimensione umbratile al tuo essere padre invece che una gravità ritmica alle tue parole, è difficile rispondere a «cosa diavolo hanno, i ragazzi, perché questo impulso a mandare tutto in pezzi?».

Colpo, silenzio. «Dovunque ci sia un essere umano, c’è un margine d’errore», lo sappiamo. Ma per te è diventato una sorta di largo musicale, un’istruzione da seguire per impastare – come il tuo ciambellone a tre gusti – le ceneri della tua famiglia, quella dell’esperienza e non quella programmata dalla tua posizione anti-repressiva. Eppure, il pulviscolo dell’immaginazione del tuo autore, caro Stella, ti fa volteggiare, come se le leggi della fisica terrestre fossero sospese («stella stellina la notte s’avvicina», ricordi?) e gli atomi dell’ossessione e dell’angoscia di vedere cosa ci sia «dopo la finestra rotta» e che cosa ti aspetti lievitassero.

Unknown-1Colpo, silenzio. Colpo, silenzio. Il talento di Simone Giorgi, rivelatosi grazie al Premio Calvino 2014, è a mio avviso la vitalità affascinante della sua scrittura e la speranza comunque insopprimibile che un gesto metaforico filtri, attraverso una gelatina colorata, l’impossibilità di ridere di queste debolezze, con un piglio mai tranchant e un fraseggio mimetico. C’è in questa prosa una voce che suona dolce e sferzante anche nei non pochi momenti di drammaticità; lo stupore e l’umiltà di un uomo che vive il fluire della vita non come una perdita irreparabile, come uno sperpero fatale, ma come una possibilità di metamorfosi e su questa costruisce nel profondo la necessità della parola. Ho detto necessità ma forse sarebbe più esatto parlare di emergenza di dire, con un po’ di spregiudicatezza, qualcosa sulle trasformazioni umane e generazionali che stiamo vivendo, con un lessico confidenziale, distratto, ammiccante che registra il progressivo spegnersi dei soprassalti d’umore e l’addolcirsi dei toni.

Colpo, silenzio. Colpo, silenzio. Colpo. Tutto questo non è che l’involucro vocale dato a immagini di fragilità, di conversazioni impossibili o interrotte, di amori vissuti con panico: figure cariche di attrattiva, di presenza e rese drammaticamente attingibili nella loro rivolta, intirizzita e tremante. Ossessione o mito? Non credo sia importante. Quel che conta è la perfezione con cui Simone Giorgi riesce a chiudere il cerchio, senza farlo quadrare, lasciandoci nel congedo felici di ammettere che una Stella sia caduta e curiosi di sapere quello che resta di tutti i suoi pensieri e le sue parole.

Colpo, silenzio. Colpo, ben assestato, a condizione che non si tardi a continuare la prosecuzione, perché grazie al tuo increspato umorismo vogliamo sapere cosa accadrà di questo bisogno di essere continuamente altri e di tornare a essere noi stessi in questa instancabile comédie humaine. – Carlo Albarello

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